Non è una realtà oggettiva, non è detto che non esistano alternative, ma è così che lo senti, ed è proprio questa la differenza che conta, perché ciò che percepisci diventa ciò su cui basi le tue scelte. Non è che non ci siano possibilità, è che non riesci più a vederle con chiarezza, come se il tuo campo visivo si fosse ristretto nel tempo, come se tutto ciò che esiste al di fuori della tua situazione attuale fosse diventato distante, confuso, poco accessibile. Continui a lavorare, continui a vivere la tua routine, ma ogni volta che provi a immaginare qualcosa di diverso senti una specie di vuoto, come se mancassero i collegamenti, come se non sapessi da dove partire.
All’inizio questa sensazione è leggera, non ti blocca completamente, è più una difficoltà a immaginare che a fare, ma col tempo diventa più forte, più stabile, perché più resti dentro lo stesso contesto, più la tua mente si abitua a quel contesto, più si specializza, più si adatta, e meno è portata a esplorare ciò che è fuori. Non è una limitazione reale delle tue capacità, è una riduzione della tua percezione, una forma di restringimento mentale che avviene senza che tu te ne accorga.
Col passare del tempo inizi a convincerti che ciò che sai fare è legato solo a quell’ambiente, a quel ruolo, a quella realtà, e questa convinzione, anche se non è completamente vera, diventa potente, perché riduce automaticamente le possibilità che prendi in considerazione. Non cerchi alternative perché pensi che non esistano, o che non siano adatte a te, o che richiedano qualcosa che non hai, e così il campo delle opzioni si restringe sempre di più, fino a sembrare quasi inesistente.
Questa percezione crea una forma di immobilità molto particolare, perché non nasce dalla paura diretta, ma dalla mancanza di visione, non ti senti bloccato perché hai paura di cambiare, ti senti bloccato perché non riesci a vedere dove andare, e questa differenza è fondamentale, perché rende il movimento ancora più difficile. Se hai paura puoi comunque vedere una direzione, anche se ti spaventa, ma se non vedi nulla, non hai nemmeno un punto verso cui muoverti.
Nel frattempo la tua mente inizia a rafforzare questa percezione, ogni giorno che passa nello stesso contesto conferma l’idea che quello sia l’unico spazio possibile, ogni esperienza ripetuta consolida la convinzione che non ci sia altro, e così si crea un circolo che si autoalimenta, più resti, meno vedi, meno vedi, più resti. Non è una scelta consapevole, è una conseguenza della continuità.
Questa condizione può durare a lungo, può diventare la normalità, qualcosa che non metti più in discussione, perché non hai elementi per farlo, non hai riferimenti esterni, non hai confronto, non hai stimoli che ti mostrino qualcosa di diverso, e così la percezione diventa realtà, non perché lo sia davvero, ma perché è l’unica che riesci a vedere.
Eppure, anche dentro questa limitazione, qualcosa può iniziare a cambiare, non nel mondo esterno ma nella tua percezione, perché nel momento in cui inizi a mettere in dubbio l’idea che non esistano alternative, anche solo leggermente, anche senza avere ancora risposte concrete, si apre una crepa, uno spazio piccolo ma reale in cui puoi iniziare a osservare in modo diverso. Non devi trovare subito una nuova strada, non devi avere una soluzione pronta, basta iniziare a vedere che il fatto di non vedere non significa che non esista, e questa distinzione cambia tutto, perché ti riporta da una condizione chiusa a una possibilità aperta, anche se ancora indefinita. Nel momento in cui accetti che la tua percezione può essere limitata ma non definitiva, qualcosa si riattiva, la mente torna a cercare, a osservare, a considerare, e anche se all’inizio è lento, anche se non produce risultati immediati, è il primo vero movimento fuori da quella sensazione di blocco, perché la mancanza di alternative lavorative percepite non è una condizione reale, è una visione ridotta, e quando inizi ad allargarla, anche solo di poco, inizi già a uscire.
👉 Articolo principale: Sentirsi intrappolati nel lavoro
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