SPENSIERATEZZA GIOVANILE: quando pensavi che tutto sarebbe rimasto così per sempre

C’è sempre una fase della vita in cui sei convinto, senza dirlo ad alta voce, che quello che stai vivendo durerà per sempre. Non lo pensi in modo consapevole, non fai un ragionamento logico. È più una sensazione di fondo. Una specie di sicurezza implicita che si incolla alle giornate. Ti svegli, esci, ridi, fai tardi, e dentro di te c’è questa cosa silenziosa che dice: tranquillo, è così che sarà.

Quella è la spensieratezza giovanile. E la cosa più ironica è che te ne accorgi solo quando non c’è più.

Perché quando ci sei dentro non la chiami così. La chiami vita normale. Routine. Noia, a volte. Ti lamenti pure. “Che palle sempre le solite cose”. E intanto stai vivendo uno dei periodi più leggeri della tua esistenza senza rendertene conto. È un classico errore umano: sottovalutare il presente mentre lo stai vivendo e idealizzarlo appena diventa passato.

Ricordo serate iniziate senza un piano e finite alle tre di notte senza sapere bene come. Nessuno guardava l’orologio. Nessuno diceva “domani ho una call”. Al massimo qualcuno diceva “domani lavoro”, ma lo diceva ridendo. Era una forma di responsabilità lontana, quasi teorica. Oggi invece basta un impegno il giorno dopo per cambiare completamente la serata. Questo passaggio segna il confine tra leggerezza e mentalità adulta.

La verità è che da giovani vivi dentro una specie di illusione positiva. Non nel senso negativo del termine. È una lente attraverso cui tutto sembra più semplice, più possibile, più leggero. Anche quando non lo è davvero. Hai meno esperienza, meno consapevolezza, ma proprio per questo hai meno peso addosso. È una combinazione perfetta tra ignoranza e libertà che crea quella sensazione di libertà personale che da adulto cerchi di ricostruire, spesso senza riuscirci davvero.

Un libro che racconta molto bene questo tipo di approccio alla vita, anche se da una prospettiva più adulta, è La sottile arte di fare quello che c*o ti pare**. Al di là del titolo provocatorio, spiega in modo diretto quanto peso inutile ci portiamo dietro crescendo e quanto, invece, da giovani siamo naturalmente più liberi perché semplicemente non ci facciamo tutte quelle domande.

Da giovani non ti chiedi continuamente se stai facendo la cosa giusta. La fai e basta. Non analizzi ogni scelta. Non hai bisogno di controllare tutto. Vivi dentro una specie di leggerezza mentale che non è superficialità, ma assenza di sovraccarico. Non hai ancora sviluppato quella voce interna che commenta ogni cosa. O meglio, ce l’hai, ma è più silenziosa.

Poi cresce.

E cresce bene.

Perché a un certo punto inizi a pensare troppo. Entri nel mondo dell’overthinking, dove ogni decisione diventa un mini problema, ogni scelta un bivio, ogni possibilità una fonte di dubbio. E lì capisci che qualcosa è cambiato. Non sei più leggero. Sei più lucido, forse. Ma anche più carico.

Da giovani invece tutto scorre. Anche gli errori. Fai una figura di merda? Pazienza. Litighi con qualcuno? Passa. Sbagli strada? Ne trovi un’altra. C’è una resilienza naturale che oggi chiameresti intelligenza emotiva, ma che in realtà nasce semplicemente dal fatto che non dai così tanta importanza a tutto.

E poi c’è il tempo. Il tempo è completamente diverso. Non è compresso, non è incastrato, non è programmato. È aperto. Largo. A volte infinito. Puoi perdere un pomeriggio senza sensi di colpa. Oggi se perdi mezz’ora ti sembra di aver buttato via qualcosa. Questo è il prezzo della crescita personale: più consapevolezza, meno leggerezza.

Un altro libro che, in modo molto più filosofico ma sorprendentemente concreto, tocca questo tema è Il coraggio di non piacere. Non parla direttamente di giovinezza, ma spiega benissimo come, crescendo, iniziamo a vivere più per gli altri che per noi stessi. E questo è esattamente il momento in cui perdi una parte di quella spensieratezza.

Perché da giovani non hai bisogno di piacere a tutti. O meglio, ti interessa, ma non ti definisce. Da adulto invece entri in dinamiche più complesse. Lavoro, relazioni, immagine. Inizi a costruire una versione di te che deve funzionare nel mondo. E questo, inevitabilmente, appesantisce.

Ma la cosa più divertente, guardandola da fuori, è che la spensieratezza giovanile non era perfetta. Avevi problemi anche lì. Solo che li vivevi in modo diverso. Più leggero, appunto. È come se avessi meno filtri e meno aspettative. E quindi meno pressione.

C’è una scena classica. Sei con gli amici, non state facendo niente di speciale. Seduti, a parlare di cose inutili. Eppure ti senti bene. Non perché succede qualcosa di straordinario, ma perché non hai niente da dimostrare. Quella è una forma pura di benessere che da adulto cerchi in mille modi diversi senza sempre trovarla.

E allora ogni tanto ti fermi e pensi: ma quando è successo? Quando è cambiato tutto? La risposta è semplice e scomoda: non è successo in un momento preciso. È successo piano. Giorno dopo giorno. Decisione dopo decisione. Responsabilità dopo responsabilità.

E non è un male.

È solo diverso.

Perché crescere non significa perdere la spensieratezza. Significa trasformarla. Non è più automatica, ma puoi ricostruirla. In modo diverso, più consapevole. Devi solo accettare che non sarà mai identica a prima.

E forse è proprio questo il punto. Non devi rincorrere quella fase. Devi capire cosa c’era dentro e portartelo dietro. La leggerezza, la capacità di ridere, il non prendere tutto troppo sul serio. Quelle cose non appartengono all’età. Appartengono a come vivi.

Certo, non tornerai mai a uscire tre sere di fila senza conseguenze. Non tornerai a non guardare l’orologio. Non tornerai a vivere senza pensare al domani. Ma puoi scegliere di non diventare completamente rigido. Di non trasformarti in quella persona che prende tutto troppo seriamente.

Perché alla fine la verità è questa: la spensieratezza giovanile non era una fase perfetta. Era una fase leggera.

E la leggerezza, se vuoi, puoi ancora imparare a usarla.

Non allo stesso modo.

Ma abbastanza da respirare meglio.

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