C’è una forma di fatica che non viene quasi mai nominata, perché non è evidente, non è visibile, non è qualcosa che puoi indicare con precisione, ma si sente, eccome se si sente, ed è quella legata al fatto che sei sempre attento, sempre presente, sempre con una parte della mente attiva su qualcosa, non per scelta, ma perché la tua giornata lo richiede, perché c’è sempre qualcosa da monitorare, da ricordare, da controllare, e questa attenzione continua diventa il sottofondo costante di tutto quello che fai.
All’inizio non ci fai caso, perché ti sembra normale, anzi, ti sembra quasi una qualità, essere uno attento, uno che non si perde le cose, uno che tiene tutto sotto controllo, e in effetti è utile, perché riduce gli errori, ti permette di anticipare, di evitare problemi, ma quello che non vedi subito è il costo, perché non hai mai un momento in cui molli davvero la presa, non hai mai un punto in cui dici “adesso non devo pensare a niente”, c’è sempre un livello minimo di attenzione che resta attivo.
È una dinamica che viene spiegata molto bene in Il principio 80/20, dove si capisce quanto sia inutile distribuire l’attenzione su tutto allo stesso livello, e in modo più diretto in Deep Work, che mostra quanto la vera qualità del pensiero nasca non dall’attenzione continua ma da quella focalizzata e limitata, ed è proprio qui che si crea il paradosso, perché più cerchi di stare attento a tutto, meno sei davvero presente in qualcosa.
La scena tipica è semplice, sei magari a casa, teoricamente in un momento tranquillo, ma una parte della tua mente sta controllando, i figli, le cose da fare, il tempo che passa, qualcosa che hai lasciato in sospeso, e anche se non stai facendo nulla di concreto, non sei mai completamente libero, sei sempre leggermente in allerta, come se dovesse succedere qualcosa da un momento all’altro.
Un altro aspetto che pesa è che questa attenzione non si spegne automaticamente, non è legata solo alle situazioni attive, resta anche quando non serve, perché è diventata un’abitudine, un modo di funzionare, e quindi anche nei momenti in cui potresti rilassarti davvero, resti comunque con un livello minimo di attivazione che ti impedisce di recuperare completamente.
Col tempo inizi a capire che non è sostenibile tenere tutto allo stesso livello di attenzione, perché non tutto ha la stessa importanza, non tutto richiede la stessa energia, e questa è una delle cose più difficili da accettare, perché sei abituato a trattare tutto come se fosse importante, come se ogni dettaglio meritasse lo stesso spazio.
E allora inizi a fare una distinzione, non subito, non perfettamente, ma inizi a vedere cosa conta davvero e cosa no, cosa richiede la tua attenzione e cosa invece può scorrere senza controllo continuo, ed è qui che cambia qualcosa, perché inizi a liberare spazio, non togliendo le cose, ma togliendo il peso che dai a certe cose.
C’è anche un altro passaggio importante, inizi a capire che l’attenzione non è infinita, non puoi distribuirla ovunque senza pagarne il prezzo, e più la distribuisci, più si diluisce, più diventa superficiale, e questo vale per tutto, lavoro, relazioni, vita quotidiana, perché quando sei ovunque, alla fine non sei davvero da nessuna parte.
E questa cosa si sente soprattutto nelle relazioni, perché puoi essere presente fisicamente ma non mentalmente, puoi ascoltare ma con una parte della testa altrove, e questo crea una distanza sottile, non evidente, ma reale, ed è proprio quella distanza che nel tempo pesa più delle grandi assenze.
Col tempo inizi anche a concederti momenti in cui non controlli, in cui lasci andare, in cui non devi sapere tutto, non devi monitorare tutto, e all’inizio sembra strano, quasi irresponsabile, come se stessi trascurando qualcosa, ma poi ti accorgi che molte cose vanno avanti lo stesso, senza il tuo controllo costante.
Alla fine arrivi a una consapevolezza molto semplice ma fondamentale, non sei stanco solo per quello che fai, sei stanco per tutto quello a cui presti attenzione continuamente, per il fatto che non molli mai davvero il controllo, che non lasci mai spazio a un livello zero, e quando inizi anche solo a ridurre questa attenzione costante, senza eliminarla ma ridimensionandola, ti accorgi che non serve tenere tutto sotto controllo per far funzionare le cose, perché a volte è proprio quando molli un po’ la presa che inizi a respirare davvero.
👉 ARTICOLO PRINCIPALE: La fatica di tenere insieme tutto
If you found this article helpful, consider supporting the Vitacompleta project.
