INERZIA ESISTENZIALE: quando non stai fermo ma non stai andando da nessuna parte

C’è una sensazione difficile da spiegare perché, tecnicamente, non sei fermo. Ti muovi, lavori, fai cose, rispondi, organizzi. Le giornate sono piene, a volte anche troppo. Eppure, se ti fermi un attimo e guardi bene, ti accorgi che non stai andando da nessuna parte. Non stai peggiorando, ma non stai nemmeno cambiando davvero. È come essere su un tapis roulant: ti muovi, fai fatica, ma resti sempre nello stesso punto. Questa è l’inerzia esistenziale. Non è immobilità. È movimento senza direzione, ed è proprio per questo che può durare anni senza che te ne accorga.

La cosa più subdola è che funziona. Non hai segnali evidenti che qualcosa non va. Non c’è crisi, non c’è rottura, non c’è un momento che ti obbliga a cambiare. Vai avanti. Tutto regge. Ma non evolve. E questa è la parte che, col tempo, pesa davvero. Non il dolore, ma l’assenza di cambiamento. La giornata è sempre simile: sveglia, lavoro, ritorno, qualche distrazione, si dorme. E poi di nuovo. Non è una prigione evidente, è una routine funzionale. Ma dentro quella ripetizione si perde una cosa fondamentale: la direzione.

Ci sono momenti in cui questa dinamica diventa chiarissima, quasi come quando leggi Il potere delle abitudini, e inizi a vedere quanto del tuo comportamento sia guidato da schemi automatici. Altre volte invece ti ritrovi più vicino a La dittatura delle abitudini, quando capisci che non sei tu a gestire le tue giornate, ma sono le tue giornate a gestire te. Ed è lì che inizi a vedere il punto: non sei fermo perché non fai niente, sei fermo perché continui a fare sempre le stesse cose.

Il problema è che questa condizione non fa rumore. Non ti mette con le spalle al muro. Ti lascia comodo. E proprio per questo è difficile da interrompere. Non hai una motivazione forte per cambiare, perché non stai male abbastanza. E quindi rimandi. “Poi vediamo.” “Adesso non è il momento.” “Ci penserò.” Frasi che non chiudono, ma nemmeno aprono. E nel frattempo passa il tempo. Senza che succeda niente di diverso. E quando te ne accorgi, spesso è già passato più tempo di quanto pensavi.

A un certo punto però qualcosa si muove. Non fuori, dentro. Ti viene una domanda semplice ma scomoda: “sto andando da qualche parte o sto solo continuando?” E quella domanda rompe l’automatismo. Perché ti costringe a guardare davvero. Non a quello che fai, ma a dove ti sta portando. E lì capisci che non serve fare di più. Serve deviare. Anche poco. Anche lentamente. Perché l’inerzia esistenziale non si rompe con un salto. Si rompe con una direzione. E quella direzione… devi sceglierla tu.

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